MIBACT: I 20 NUOVI DIRETTORI NOMINATI TRA LE POLEMICHE

La polemica scaturita a fronte delle 20 nomine di nuovi direttori dei musei statali attuata dal ministero dei beni culturali sta a tutti gli effetti dividendo il mondo della cultura in due fazioni. Pomo della discordia risulta essere più che altro la massiccia presenza di nominati stranieri, come Eike Schmidt alla direzione degli Uffizi e James Bradburne allaPinacoteca di Brera.
Da ogni parte si sono sollevate le voci degli indignati difensori dell’italianità e dell’autarchia culturale, dopotutto questa “lotta” nazionalista è di facile strumentalizzazione in ogni campo della vita sociale e politica di un Paese i cui problemi fluttuano nell’irrisolto e in cui si gioca a cacciare le streghe, chiunque esse siano.

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Il problema reale di queste nomine non risiede tanto nella nazionalità dei nominati – come vogliamo catalogare i 4 italiani che hanno studiato e lavorato all’estero per rientrare in Italia grazie a questo concorso? – il problema si annida nelle pieghe di questa riforma decisamente superficiale, come si evince facilmente dalle dichiarazioni rilasciate dal Ministro Franceschini in merito.

A sentire il Ministro, infatti, i magnifici 20 sono la svolta necessaria: loro sapranno risolvere i problemi di arretratezza dei musei italiani. Bene, peccato che tali dichiarazioni implichino una serie di asserzioni da leggere tra le righe. Prima su tutte una pesantissima critica ai direttori attuali tacciati di reazionarietà e inettitudine. In secondo luogo una bocciatura di tutti i funzionari delle Soprintendenze e del Ministero stesso, a cui sono stati preferiti personaggi estranei e, in questo senso, stranieri. Allo stesso tempo un’ammissione di colpa, ma anche una grande deresponsabilizzazione da parte del Ministero che, focalizzando l’attenzione sulla figura del direttore promosso a Deus ex Machina, tace sulle falle interne all’ amministrazione della cultura, partendo ovviamente dai continui tagli ai fondi.

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Estendendo la riflessione oltre la sfera politica, mi chiedo se sia stato tenuto conto della grande differenza, anche legislativa, che intercorre tra il nostro sistema dei beni culturali e, per esempio, quello americano, in cui molti dei nuovi nominati sono cresciuti. Sebbene, e sono molto felice di questo, nessuno dei nominati sia un manager a tutti gli effetti, la gestione più manageriale che curatoriale dei musei americani può approdare a derive poco confortanti, è il caso del Guggenheim di cui abbiamo già parlato precedentemente. Auspicando che non sia questa la grande svolta innovativa di cui parla il Ministro, aspetto di vedere questi superuomini e superdonne in azione prima di sottoporli a giudizio.

Restano però altri quesiti aperti per il nostro Franceschini, intanto l’agghiacciante scelta di nominare 10 donne e 10 uomini. Queste odiose quote rosa che anziché pareggiare realmente i conti tra i sessi non fanno altro che mantenere le donne in uno stato di subordinazione forse anche peggiore, è come ammettere che senza una legge che obblighi ad inserire le donne nei posti di comando queste non potranno mai avere i meriti necessari per arrivarci, e comunque, anche se li avessero non sono nella posizione di dimostrarlo, dato che le quote rosa ci impongono la loro presenza a prescindere. Perché non 11 donne e 9 uomini? O 19 donne e 1 uomo? Ma anche 12 uomini e 8 donne…tutto sarebbe stato meglio e di certo più vero di questa finta parità.

E poi… se i nostri curatori, funzionari ecc. non sono stati all’altezza delle nomine, non c’è per caso una falla anche nel sistema dell’istruzione legato a queste professioni? Ovviamente c’è, chissà se c’è anche la volontà di impegnarsi per migliorare.

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Finisco con un ultima riflessione, se i funzionari non vengono promossi e rimangono ad occupare i loro posti, come può esserci un riciclo alla base? Ma se non c’è riciclo come si pensa di occupare tutti quella massa di invisibili laureati in ambito culturale e artistico che escono speranzosi dalle università? Cercheranno tutti fortuna altrove sperando che l’esperienza all’estero li renda improvvisamente visibili e appetibili anche per la pubblica amministrazione italiana?
Beh, probabilmente si.

Come al solito queste grandi manovre si rivelano atti politici di facciata, ci troviamo davanti ad un amministrazione disperata che si appiglia a scenografici cambi d’abito mentre dietro le quinte il teatro cade a pezzi.

di Raffaella Carillo

©ilcappottogiallo.com


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